Algeria, libertà religiosa e convivenza
MILANO - In teoria l'Algeria è un regime musulmano
moderato. Ma solo in teoria: dal mese scorso, è in vigore una legge che regola
le religioni non musulmane. Nei fatti si tratta di una norma che legittima la
persecuzione. Nell'Afghanistan dei Talebani, le religioni al di fuori di quella
musulmana erano proibite, i loro fedeli discriminati e segregati, i loro
simboli distrutti. In Arabia Saudita, il solo portare una Bibbia entro i
confini del Regno è considerato "proselitismo" dalle autorità e
tassativamente proibito. È di due giorni fa la notizia che la Bibbia è stata
addirittura vietata sui voli della British Midlands per Riyad e Jedda. In Iran
le religioni al di fuori di quella musulmana non sono state distrutte, ma
segregate. Molto probabilmente l'Algeria avrebbe potuto arrivare fino a questo
livello di repressione, se, negli anni '90, gli islamisti avessero vinto la
Guerra Civile. Il presidente Bouteflika, attualmente in carica, è l'uomo che ha
sconfitto il movimento radicale islamico GIA, dopo più di 8 anni di un
conflitto costato al Paese almeno 100.000 morti. La guerra scoppiò quando il
movimento islamista FIS vinse il primo turno delle elezioni nel dicembre del
1991 e, non accettando l'esito delle urne, l'esercito prese il potere con un
colpo di Stato. Il GIA si "vendicò" scatenando la rivolta.
Attualmente i radicali islamici sono stati militarmente sconfitti, anche se
alcune fazioni della guerriglia (fra cui spicca il GSPC, sigla legata
strettamente ad Al Qaeda) continuano a condurre attentati. Sembrerebbe, dunque,
che in Algeria abbiano vinto i laici, dopo la sconfitta degli islamisti. Ma,
come in tutti gli altri casi di governi moderati di Paesi musulmani, il governo
attuale non è affatto "laico" nella nostra accezione del termine.
Abbiamo ricevuto il testo della legge commentato da un esponente locale della
Chiesa Evangelica. Si tratta di un caso esemplare di legge che fa apparire
tollerante il regime, ma i cui contenuti rivelano una forte intransigenza
religiosa, a partire dalla data, che è quella del calendario islamico (Aouel
Safar 1427, cioè 1 marzo 2006). E dal nome dato alla legge: "Condizioni e
regole per l'esercizio di religioni non musulmane", considerando che
l'Islam è religione di Stato. La legge è stata promulgata proprio mentre
l'attenzione dei media occidentali era concentrata sul caso di Abdul Rahman, il
cittadino afghano condannato a morte perché si era convertito al cristianesimo.
La legge algerina non proibisce direttamente l'apostasia, ma vieta
tassativamente ogni forma di proselitismo, così che i cittadini musulmani non
siano indotti in tentazione da altri culti. Nel Capitolo III (reati penali) si
legge: "La pena va da 2 a 5 anni di carcere e una multa da 500.000 a 1
milione di Dinari Algerini per chiunque: inciti, costringa o utilizzi mezzi di
persuasione per tentare di convertire un musulmano a un'altra religione, o
mirare allo stesso fine all'interno di luoghi finalizzati all'insegnamento,
all'educazione, alla sanità, alla cultura, all'addestramento…" La stessa
pena è riservata a chiunque: "Produca, conservi o distribuisca materiale
stampato o audio-visivo o su qualsiasi altro supporto, il cui fine è quello di
destabilizzare la fede di un musulmano". Questo comma è formulato in
termini talmente vaghi da giustificare qualsiasi censura su arte e
documentazione non allineata a una visione del mondo "islamically
correct". Oltre a ciò, la legge prevede anche una serie di restrizioni
burocratiche che impediscono la crescita delle religioni non musulmane. Tanto
per cominciare: non si possono costruire o restaurare chiese senza
l'autorizzazione dello Stato: "Le strutture finalizzate al culto devono
essere registrate dallo Stato, che assicura la loro protezione".
"Questo articolo suona bene" – commenta l'esponente della Chiesa
Evangelica locale – "ma vuol dire che il governo deve approvare ogni luogo
di culto… e raramente lo fa". Idem dicasi per un altro articolo: "Una
commissione nazionale per gli affari religiosi è stata creata dal Ministero per
gli Affari Religiosi". Tra le altre cose la commissione è incaricata di:
"sorvegliare sulla libertà religiosa" e di "approvare la
formazione di associazioni di stampo religioso". "Questo vuol dire
che un ministro del governo (che è molto spesso un fervente musulmano contrario
al cristianesimo) deve approvare prima la formazione di ogni chiesa o
associazione cristiana, per far sì che questa sia legale". I luoghi di
culto, inoltre, devono essere aperti al pubblico e "ben identificabili
dall'esterno". Chi non rispetta queste regole è punito severamente dalla
legge: da 1 a 3 anni di carcere e una multa salata. Per chi non è musulmano è
anche proibito raccogliere donazioni, regali e carità senza aver ottenuto
l'autorizzazione dalle autorità. La punizione, in questo caso, va da 1 a 3 anni
di carcere, più la solita multa.
Vita dura anche per i missionari e per i volontari religiosi di altri Paesi: se
uno straniero viola una di queste disposizioni di legge, per esempio prega o
parla di religione in un luogo non autorizzato o non sufficientemente
"identificabile dall'esterno", prima viene incarcerato e poi espulso.
Il pensiero di finire per uno, tre o anche cinque anni in una delle carceri algerine
dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare qualsiasi proselitismo. Per le
religioni non musulmane sono applicate anche le leggi che, normalmente, sono
intese per combattere il radicalismo islamico. Si legge infatti che: "La
pena va da 1 a 3 anni di carcere più una multa da 250.000 a 500.000 Dinari per
chiunque, verbalmente o tramite distribuzione di documenti scritti, oppure
usando supporti audiovisivi, in un luogo dedicato a un culto, faccia discorsi
contenenti provocazioni a resistere all'applicazione della legge, o tenda a
incitare una parte di cittadini alla ribellione". La pena è raddoppiata se
il colpevole è un "leader religioso". Il governo, in questo modo,
interviene per regolamentare da cima a fondo l'attività delle chiese e delle
religioni non musulmane, intervenendo anche su chi può predicare e chi no, chi
può insegnare e chi no. Di fatto non è consentita alcuna autonomia reale alla
chiesa e alle altre religioni locali.
Le cause di questa repressione sono tante. Si può
dire che le autorità "laiche" algerine hanno paura dello scoppio di
una seconda guerra civile: gli islamisti, anche se sconfitti, possono sempre
ritornare a prendere le armi se si accorgono che il governo sta concedendo
"troppa" libertà alle altre religioni. Si può anche dire che la
maggioranza assoluta della popolazione algerina non è tollerante e dunque il
governo la asseconda. Oppure il governo, pur se laico, non lo è fino in fondo:
considerando gli altri Paesi musulmani e i loro bassissimi standard di libertà
religiosa, questo è quasi il massimo della tolleranza che ci si possa
aspettare. Fatto sta che questa legge è recentissima, perché è entrata in
vigore solo il mese scorso, anche se è stata approvata sette mesi fa. È indice
di inasprimento della repressione e non di maggiore apertura del governo. Ed è
coerente con una forte tendenza all'islamizzazione che, negli ultimi anni, sta
coinvolgendo un po' tutti i governi musulmani considerati più laici e moderati,
i cui sintomi più evidenti sono stati la sollevazione per le vignette su Maometto
e quella seguita al discorso del Papa a Ratisbona, entrambe fortemente
incoraggiate, per non dire promosse, dai governi.
di: Stefano Magni
da: L'opinione
data: 21/12/2006