Come vivere le fede evangelica in un contesto laico?

a cura del CIEI (Comitato Insegnanti evangelici italiani)

 

Un tema prioritario

Uno dei temi in cui ci siamo più impegnati come Ciei negli ultimi tempi è quello della laicità, per difendere la quale abbiamo intrapreso anche delle battaglie insieme ad altre associazioni laiche e religiose. Abbiamo problematizzato l’insegnamento della religione cattolica, ci siamo pronunciati contro l’assunzione in ruolo di oltre 15.000 insegnanti di religione, abbiamo denunciato le visite dei vescovi nella scuola statale, per ultimo abbiamo partecipato al ricorso al TAR contro la circolare n. 26/07 del Ministro che inseriva il giudizio di religione nella valutazione del credito formativo agli esami di Stato.

Queste iniziative del cattolicesimo nella scuola le abbiamo considerate ingerenze illegittime perché lesive della Costituzione che delinea la laicità come caratteristica fondamentale delle nostre Istituzioni.

La laicità la intendiamo non tanto come rifiuto della religione, ma come spazio pubblico in cui non si concedono privilegi a qualcuno a scapito degli altri, ma ogni persona e ogni fede sono considerati equivalenti nella loro possibilità di confrontarsi e di esprimersi. In questo senso, la laicità è un prerequisito della libertà di pensiero e di coscienza, e crediamo che debba qualificare l’operato della scuola statale, come pure delle altre istituzioni della Repubblica.

A coloro che, pur rispettando la laicità, propongono di introdurre nella scuola statale lo studio di tutte le religioni in forma culturale, abbiamo risposto che questo studio esiste già e si chiama semplicemente “storia”; inoltre la religione non può prescindere dalla sua confessione, per cui anche i suoi aspetti culturali sono impregnati di fede (la cultura islamica ha la sua ragione nella fede islamica, la cultura cattolica si rifà alla fede cattolica ecc.). Studiare una religione solo come cultura e senza la sua fede è come studiare il corpo umano privo della sua vita, ma studiarla come fede comporta un aspetto di proselitismo che è inopportuno nella scuola.

È inopportuno perché siamo convinti che non sia la scuola il luogo in cui insegnare la religione, infatti di questo privilegio sono stati investiti prima di tutto i genitori, e poi le chiese e le confessioni religiose alle quali essi fanno riferimento. La scuola poi in questi ultimi anni sembra che sia chiamata a fare di tutto, e in questo modo non può fare bene quello che è il suo compito istituzionale.

A coloro che in diversi modi hanno avanzato la proposta di insegnare la Bibbia nella scuola statale abbiamo replicato che la Parola di Dio non può essere abusata e strumentalizzata da chiunque si improvvisi interprete, perché Dio stesso che ne è l’Autore ha stabilito le figure, i contesti e i modi per interpretarla e insegnarla.

 

Alcune perplessità

Di fronte a queste prese di posizione del Ciei, diversi credenti hanno avanzato delle legittime perplessità, che possono essere riassunte nelle seguenti domande:

Per rispondere a queste domande andremo a ritroso, cominciando dall’ultima.

 

Il cattolicesimo e la scuola

 

I giovani senza Cristo

 

Testimoni nella scuola laica

1.      In primo luogo la Bibbia deve formare il carattere dell’insegnante credente. L’insegnante cristiano “incarna” la visione biblica, vivendola nelle interazioni quotidiane dell’aula, anzi, le qualità personali dell’insegnante devono applicarsi al processo di insegnamento e di apprendimento in modo da portare degli aggiustamenti nella sua pedagogia. Virtù come l’umiltà, la carità ed il sacrificio di sé sono profondamente radicate nelle Scritture e quando sono vissute esemplificano come la Bibbia contribuisca con qualcosa di distintivo e sostanziale alla riflessione sull’educazione (distintivo, perché la cultura moderna propone altre qualità come l’auto-affermazione e l’autonomia).

2.      Le convinzioni cristiane tratte dalla Bibbia influenzano il nostro pensiero sull’educazione non tanto col mostrarci esattamente ciò che dobbiamo fare, ma offrendoci una direzione. Una convinzione cristiana può escludere certe visioni o pratiche (per esempio, l’astrologia), e può raccomandarne altre. In questi due casi funziona come un filtro. Un altro approccio è quello di esaminare le pratiche didattiche, scoprire i loro presupposti, soppesarli e, se necessario, creare delle alternative.

3.      Anche la narrativa svolge un ruolo importante nel dare significato all’apprendimento, in modo da mettere in gioco le nostre visioni fondamentali della vita. Per esempio, la pubblicità in TV ci presenta delle parabole organizzate attorno ad una teologia coerente che forniscono una specie di educazione religiosa, presentandoci lo stile di vita comandato dagli “dei” dei nostri tempi. Le storie che ci circondano formano i nostri atteggiamenti verso la vita,  i nostri ideali, e ci forniscono le nostre visioni del mondo. Ci danno identità e modi di vivere. Ci danno degli eroi. Molti scritti recenti affermano che le storie sono centrali per il modo in cui strutturiamo la nostra comprensione di noi stessi e degli altri, delle azioni e degli avvenimenti. Le storie che fungono da cornice per la conoscenza non sono innocenti; sono radicate in credenze e priorità più ampie, e offrono agli alunni un certo modo di vedere il mondo e il loro futuro ruolo in esso. La narrativa può promuovere un apprendimento profondo perché coinvolge tutta la persona: l’immaginazione, le emozioni e l’intelligenza. Quindi anche nella scelta e nell’interpretazione delle narrazioni l’insegnante cristiano può operare con oculatezza.

4.      Comenio scrive che gli alunni sono come delle piante, l’apprendimento una crescita organica e l’ambiente educativo un giardino curato dall’insegnante. Il compito dell’insegnante è di “annaffiare le piante di Dio”. Il mondo dovrebbe essere un giardino, ma è diventato un deserto. L’opera di Dio, attraverso agenzie “naturali” come l’educazione, svolge, secondo Comenio, un ruolo significativo nel processo di rinnovamento. Palmer (1983) afferma che l’educazione occidentale ha una visione della conoscenza come “potere” (lottiamo con le questioni, manipoliamo le idee ecc.). Dice che abbiamo bisogno di recuperare “i modelli e i metodi della conoscenza come un atto di amore”, perché “l’atto di conoscere è un atto di amore, l’atto di entrare e abbracciare la realtà dell’altro, di permettere all’altro di entrare e abbracciare la nostra”. Smith e Carvill (2000), scrivendo sull’insegnamento della lingua straniera, propongono di adottare come nostra immagine di base “ospitalità verso lo straniero”.

5.      Gesù è l’insegnante modello per eccellenza. Era lui stesso il modello di ciò che insegnava. L’imitazione di Cristo significa agire nello stesso spirito e non copiare letteralmente ogni cosa che faceva, né estrarre e applicare dei principi con un processo razionale. Significa lasciarsi formare dall’esempio di Gesù attraverso un’immersione nei racconti evangelici e l’opera trasformatrice dello Spirito Santo. Il processo richiede umiltà, apertura al cambiamento e immaginazione per vedere nuove possibilità. Si tratta di conoscere una persona attraverso la Bibbia, una persona vivente che incontriamo nelle pagine delle Scritture e che è presente nella nostra situazione.

6.      Brueggemann ( 1982) scrive: “La Torah non risponde ad ogni domanda. Seleziona. La risposta dell’adulto è autorevole. Non lascia che sia il bambino a determinare il terreno. Ma è anche onesta con il bambino. Concede l’ignoranza. Fa di più, onora il mistero. Assicura il bambino che c’è molto di più che non conosciamo e non possiamo conoscere”. Brueggemann considera anche il modello profetico di insegnamento. Un modo di insegnare di questo tipo non dirà semplicemente agli alunni “è così”, ma cercherà dei modi creativi e vividi per far loro sentire che le cose dovrebbero essere profondamente diverse da come sono adesso. Indicherà le distorsioni peccaminose della vita come vissuta ora e cercherà di risvegliare una fame per il cambiamento. In un articolo sull’ “educare per la giustizia sociale”,  Joldersma (2001) afferma: “Cercare lo shalom necessita di un lato critico, che impegna gli studenti a diventare dei “siti di resistenza” con una sana dose di sfiducia riguardo alle ingiustizie”. Se tutto è promozione di stabilità, sicurezza e continuità, abbiamo un’educazione che fissa e fossilizza e accetta il mondo com’è con eccessivo compiacimento. Se invece ci limitiamo a mettere in discussione i modi di pensare e agire ricevuti dal passato, abbiamo un’educazione che priva gli alunni di un terreno stabile sotto i piedi. Abbiamo bisogno delle due cose, ma non solo.

 

In conclusione, queste brevi note possono servire da stimoli per la riflessione e il confronto. Ci mostrano che i collegamenti tra la Bibbia e l’educazione sono svariati e la loro relazione è complessa e sottile. La Bibbia può guidarci nella nostra prassi educativa, ma in modo da permettere alla nostra creatività (data da Dio) di fiorire entro una gamma di possibilità che sono limitate dal contesto in cui operiamo. Nel contesto della scuola pubblica è evidente che non si può realizzare un compiuto progetto di educazione cristiana. In quel contesto, gli insegnanti cristiani hanno bisogno di molta saggezza e lungimiranza per essere fedeli alla loro vocazione, rispettando la coscienza degli alunni e onorando lealmente il loro ruolo di pubblici ufficiali.

 

Formigine, 14 luglio 2007

 

Il Comitato Insegnanti Evangelici Italiani

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