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Un’etichetta
serve a descrivere sinteticamente il contenuto di un prodotto. Gli ingredienti
possono essere tanti, la lavorazione complessa, le caratteristiche molteplici,
ma l’etichetta deve riassumere tutto in poche battute, se non in una sola
parola!
Da qualche tempo si avverte
fortemente la necessità della trasparenza; le etichette, perciò, devono essere
il più possibile chiare e comprensibili. Possono semplificare, ma senza
deformare. Soprattutto, devono corrispondere al prodotto di cui parlano. In
caso contrario, se cioè l’etichetta è fuorviante rispetto alla natura del
prodotto, si commette il reato di “frode” commerciale.
Anche la comunicazione impiega molto
le etichette. I giornali fanno un uso massiccio di etichette quando parlano
delle posizioni in campo. Anzi, etichettare qualcosa è espressione di un potere
notevole. Chi etichetta ha in mano un’arma potente: quella di “nominare”
qualcosa.
Sulle questioni di carattere etico,
ad esempio, si sente parlare del dialogo, tal volta dello scontro, tra “laici”
e “cattolici”. “Laici” e “cattolici” sono due etichette, che riassumono ognuna
una serie di convincimenti morali. Il mondo degli orientamenti in campo morale
sembra essere diviso in due grandi schieramenti così etichettati. Tutto avviene
all’interno della dialettica tra questi due fronti. Il problema è che tale
rappresentazione è riduttiva e deformante. Gli evangelici, sulle questioni di
carattere etico, non sono né “laici” né, tanto meno, “cattolici”. Le etichette
non vanno bene per loro, in quanto essi sono portatori di altri valori e di
altre proposte. Gli evangelici non si riconoscono né in chi privilegia quasi
ossessivamente i diritti dell’individuo né in chi sottolinea con forza la legge
della natura. In positivo, gli evangelici sono interpreti di una cultura
diversa, che sfocia in una visione morale diversa. In essa, anziché
assolutizzare un aspetto a scapito di altri, si cerca di coniugare le istanze
della norma morale con la responsabilità del soggetto e le particolarità del
contesto sociale. Tutta la realtà viene presa sul serio, e non ci si presta al
gioco di contrapporne un pezzo all’altro. Questa visione è radicalmente diversa
dalle etichette usate correntemente. Per parlare della posizione evangelica, si
devono usare altri termini e altre classificazioni.
Dato che le semplificazioni
giornalistiche spesso nascondono pigrizia intellettuale e predilezione per i
luoghi comuni, gli evangelici devono farsi carico di stimolare i pigri e di
sovvertire le categorie usuali. Devono imparare a comunicare le proprie
convinzioni, cercando di essere loro stessi ad articolarle e a esprimerle, e
non adeguandosi alle etichette correnti.
Il campo dell’etica è solo uno degli
àmbiti in cui gli evangelici non devono farsi etichettare dall’esterno. Per
ampliare il discorso, si pensi, ad esempio, alla forte carica negativa
veicolata dal termine “fondamentalista”, quando è impiegato per indicare gli
evangelici. “Fondamentalista” è spesso usato come sinonimo di retrogrado,
gretto, incapace di fare i conti con la modernità. Rispecchia tutto ciò l’animo
evangelico? Il termine non dev’essere rivoltato come un calzino e usato con più
consapevolezza storica? Certamente, gli evangelici sono fondamentalisti, nel
senso che basano la propria fede sulle fondamenta della Parola di Dio. Eppure
bisogna essere coscienti che, oggi, quel termine è caricato di significati
diversi da questo. Sarebbe tragico assuefarsi alle classificazioni proposte e
credere di essere ciò che le etichette dicono. Bisogna avere il coraggio di
problematizzarle e di proporne di nuove, che rispecchino un autentico
orientamento evangelico. Combattere le “frodi” legate al linguaggio è un dovere
morale, ma è solo un lato della medaglia. L’altro è che gli evangelici
esprimano un pensiero che sia alternativo rispetto agli altri. In caso
contrario, la loro battaglia per un uso corretto delle etichette sarebbe persa
in partenza.
l.d.c.