Grazia
Comune
Con il concetto di “grazia comune” si è soliti indicare
quell’area di conoscenza di Dio comune tanto al credente quanto al non
credente, ma anche e più precisamente esso è riferito al fatto che in questa
vita Dio tratta tutti gli uomini, eletti o meno, molto meglio di quanto essi
meritino, in quanto Egli manda “sole e pioggia su giusti e malvagi”. In realtà tale area lungi dall’essere una
zona franca, testimonia di quanto l’uomo peccatore risulti essere lontano da
Dio. Infatti il concetto di grazia comune pur avendo un contenuto positivo
rimanda all’interna contraddizione presente nelle procedure di pensiero
dell’uomo non credente, che è sostanzialmente un trasgressore del patto.
Secondo
il pensiero cattolico l’uomo è creato da Dio in una condizione di precarietà.
Seguendo il pensiero di colui che da parte cattolica è ritenuto interprete
autorevole di tale posizione, Tommaso d’Aquino (1225-1274), che la media a
propria volta dal pensiero di Aristotele, l’uomo è una mescolanza di materia e
forma, cioè un composto di corpo e anima; a causa della natura della materia
che occupa il gradino più basso nella scala dell’essere, tale composto è orientato
alla precarietà e al conflitto, al non essere più che all’essere,
all’irrazionalità più che alla ragione. L’uomo pertanto esce dalle mani del
creatore già con un difetto di fabbricazione (un “morbus” o “languor” affermerà
il cardinale Bellarmino in occasione dei lavori del Concilio di Trento). Ed è
proprio a causa della propria costituzione “mista”, l’uomo risulta
originariamente essere tanto in contatto con la verità quanto con l’errore (con
l’essere e con il non essere). Per preservare l’armonia tra gli elementi
opposti del corpo e dell’anima, e dunque sottomettere la carne allo spirito,
Dio concede all’uomo il dono sovrannaturale della “giustizia originaria” (bonum
superadditum), tale dono è inteso a contenere i guasti della “corporeità”
donando forza all’anima razionale per orientarsi al proprio fine che è quello
di fare la volontà di Dio. Con la caduta, l’uomo perde solo il dono della
“giustizia originaria”, pertanto le sue facoltà conoscitive permangono
sostanzialmente integre, esse tornano cioè allo stadio precedente al dono della
“giustizia originaria”. L’uomo caduto secondo il pensiero tomista, è l’uomo
così come originariamente uscito dalle mani di Dio.
L’uomo
essendo stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, è in possesso della
facoltà della ragione (oltre che della volontà e della libertà), egli è perciò
già perfettamente attrezzato per conoscere se stesso e il creato che lo
circonda senza alcuna assistenza da parte di Dio, l’unico elemento di
perturbazione è proprio la presenza in se stesso di un elemento non-razionale
cioè materiale; se l’uomo fosse stato creato tutto intelletto e volontà non
soffrirebbe nessun tipo di interferenza. Pertanto le difficoltà “conoscitive”
di Adamo sono legate ad una imperfezione attribuibile soltanto a Dio. Adamo era
potenzialmente in grado, anche senza alcun aiuto da parte di Dio, di
rapportarsi in modo conoscitivamente vero al creato, l’aiuto sovrannaturale gli
permetteva soltanto un indirizzo più sicuro, di modo che le operazioni del
proprio intelletto non venissero distratte in alcun modo. Adamo con la caduta
perdette la grazia sovrannaturale, ma conservò tutte le peculiarità della
propria natura, ossia ritornò allo stato precedente all’infusione della grazia
sovrannaturale da parte di Dio.
In
questa concezione il creato non è inteso essere una rivelazione di Dio, esso è
nella propria totalità un insieme di “fatti bruti” ossia di fatti senza
significato alcuno, in attesa che l’uomo dia, con la propria ragione, ad essi
un senso. Mentre per il pensiero riformato la rivelazione generale circonda
l’uomo completamente non concedendo ad esso di guardare ad altro che non sia
Dio, per il cattolicesimo la rivelazione generale si colloca nella regione del
non-essere. La rivelazione generale non è lo sfondo sul quale avvengono tutte
le operazioni conoscitive dell’uomo, ma soltanto uno dei tavoli su cui viene
giocata l’impresa conoscitiva umana. Per il pensiero riformato ogni fatto della
realtà si colloca all’interno di un sistema governato da Dio. I fatti per tale
motivo acquistano significato e si offrono “rivelativamente” alla conoscenza.
Più precisamente l’uomo conosce propriamente quanto è in lui e quanto lo
circonda, solo perché è strutturato in modo da esprimere un tipo di conoscenza “analogica”,
ossia di essere “interprete” di Dio. Senza presupporre a monte di ogni
operazione conoscitiva, la rivelazione della conoscenza del Dio cristiano,
nessun fatto empirico o psicologico potrebbe più essere distinto dall’altro.
Per
il non-credente non è possibile sciogliere la contraddizione insita nel
razionalismo, quando questi afferma che è la ragione umana, in modo autonomo, a
donare significato a fatti che in se stessi non posseggono alcuna ratio,
(Leibnitz nel suo tentativo di codificare la realtà descrivendola sino al
dettaglio più minuto, era costretto a fare questo a spese del suo sistema di
logica, giungendo alla conclusione che vi fossero “verità di ragione” e “verità
di fatto”). Questo divorzio tra fatti e ragione era quanto il serpente proponeva
ad Eva.
Nel
sistema cattolico l’uomo peccatore è addirittura in grado di potere comprendere
Dio, se adeguatamente indirizzato. Ciò che impedisce al non credente di essere
credente, non è come nella visione riformata una ribellione che ha contaminato
anche la facoltà della ragione, ma soltanto un non corretto indirizzo della
ragione stessa. Il cattolicesimo ritiene in realtà che non vi sia bisogno
strettamente della grazia sovrannaturale per dirigere la ragione a Dio. La
grazia sovrannaturale non sembra diversa dal ricevere alcune informazioni
addizionali rispetto a quelle già possedute.
L’uomo
non credente secondo il pensiero cattolico può ben essere il soggetto
dell’allegoria della caverna di Platone (Repubblica libro VII). Questo filosofo
immagina gente che vive nella penombra di una caverna con il volto costretto a
guardare in direzione del fondo della medesima. Ciò che essi vedono sono solo
le ombre che il sole alle loro spalle proietta. Uno di essi è liberato da tale
costrizione e si volta verso il sole, scoprendo pertanto la natura delle ombre
viste sino a quel momento. Per Platone questo uomo non acquista con la
liberazione, una diversa facoltà conoscitiva ma solo mette a frutto quella che
già precedentemente possedeva. Tutto ciò di cui esso necessitava era avere la
testa voltata dalla parte giusta. Alla fine i prigionieri non possono essere
biasimati per il fatto di avere la testa voltata dalla parte sbagliata, ciò è
legato alla loro costituzione. Seguendo Aristotele, Tommaso d’Aquino afferma
che usando la ragione, l’uomo fa giustizia alla rivelazione naturale che lo
circonda, necessitando soltanto di qualche assistenza per comprendere la
rivelazione speciale del cristianesimo. Ma se cogliamo bene le implicazioni del
pensiero tomista, la stessa rivelazione sovrannaturale dovrebbe limitarsi ad
informazioni in merito al fatto che Cristo e lo Spirito siano venuti nel mondo,
poiché in realtà tutto il resto può essere dedotto da queste premesse utilizzando
rettamente la ragione. Se l’uomo può vedere correttamente nella dimensione del
naturale, per quale motivo, date le giuste premesse, non potrebbe vedere bene anche nella dimensione del
sovrannaturale?
A
questo punto potrebbe sembrare che il pensiero cristiano autentico nulla debba
avere a che fare con la ragione. In realtà esso è il solo che possa tenere nel
debito conto la ragione in quanto dono di Dio. Se l’uomo fosse totalmente
ignorante della verità non potrebbe essere interessato ad essa, ed inoltre se
lui è realmente interessato alla verità, deve già possedere in se stesso degli
elementi di verità.
In genere il
concetto di “grazia comune”, è presentato a partire dal brano di Atti 15:25-26:
“Egli, che dà a tutti la vita, il fiato ed ogni
cosa. Egli ha tratto da un solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su
tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i
confini della loro abitazione”. Oltre al rifiuto di ogni forma di razzismo, si
evince anche che doni quali le stagioni, i benefici del sole e della pioggia,
l’abilità a ragionare, l’intelletto, le abilità cosiddette naturali, la
sessualità, la capacità di distinguere tra bene e male, la necessità di
congregarsi socialmente e politicamente, derivano tutte da Dio, e sono
occasionate nei confronti dei non credenti, dalla propria misericordiosa
pazienza (Romani 9:22).
Ma nella comunanza è compreso anche il
peccato di Adamo, essendo tutta la razza umana solidale con la caduta di Adamo:
“abbiamo dianzi provato che tutti, Giudei e Greci, sono sotto il
peccato,siccome è scritto: Non v'è alcun giusto, neppure uno.” (Rom.
3:9-10) e “Perciò, siccome per mezzo d'un sol uomo il peccato è entrato nel
mondo, e per mezzo del peccato v'è entrata la morte, e in questo modo la morte
è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...” (Rom. 5:12). Tale
comunanza non può che rendere il credente umile, facendolo riflettere sul fatto
che non si è migliori di quanti non hanno accettato Cristo, esprimendo nel
contempo cura e preghiera nei confronti di costoro. Inoltre il comune stato di
infermità spirituale deve condurre ad avere simpatia per quanti soffrono e sono
ancora nella miseria spirituale. Quanto detto non deve distogliere l’attenzione
dal fatto che questo elemento è collocato all’interno del progetto di Dio
mirante a glorificare se stesso. Infatti è detto in Romani 9:17: “Poiché la Scrittura dice
a Faraone: Appunto per questo io t'ho suscitato: per mostrare in te la mia
potenza, e perché il mio nome sia pubblicato per tutta la terra. 18 Così
dunque Egli fa misericordia a chi vuole, e indura chi vuole.
19 Tu allora mi
dirai: Perché si lagna Egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà?
20 Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa formata dirà essa
a colui che la formò: Perché mi facesti così? 21 Il vasaio non ha egli potestà
sull'argilla, da trarre dalla stessa massa un vaso per uso nobile, e un altro
per uso nobile? ”. L’attitudine di pazienza e
di amore nei confronti dell’umanità è sempre “teocentrica”. Dio aveva trattato
generosamente l’uomo che sarebbe diventato Faraone, donando ad esso ricchezza e
fama, ma tutto questo al solo scopo di indurire il cuore di lui al fine di
manifestare la potenza liberatrice dell’Eterno.
Il concetto di “rivelazione generale”, attraverso gli anni, è stato
sempre più associato a quello di “grazia comune”.
Nella
propria opera: “Common Grace,” Herman Bavinck fa riferimento a questa relazione
quando dichiara che la “grazia commune” è importante perchè essa prepara la
strada alla creazione e alla razza umana per la grazia speciale tramite la
quale l’intero cosmo è salvato. (Herman Bavinck, “Common
Grace,” tr. by R. C. Van Leeuwen, Calvin Theological Journal, XXIV, pp.
60ff. Aprile, 1989)
Bavinck
affronta questa relazione anche nell’opera Our Reasonable Faith.
Parlando di rivelazione generale e speciale, scrive:
La Grazia è il contenuto di entrambe le
rivelazioni, comune nella prima, speciale nella seconda, ma in modo tale che
l’una è indispensabile per l’altra.
È la grazia comune che rende la grazia speciale
possibile, prepara la strada per essa e in seguito la supporta; e la grazia
speciale, da parte propria, conduce la grazia comune al suo stesso livello e
pone essa al proprio servizio. (Herman Bavinck, Our Reasonable Faith
(Grand Rapids: Wm. B. Eerdmans Publishing Co., 1956), p. 38.)
Louis
Berkhof, intende la rivelazione generale come un mezzo attraverso il quale la
grazia commune opera. Appellandosi a Romani 2:14-15, Berkhof afferma che la
rivelazione generale offer ai non credenti molti doni, ivi inclusa la
conoscenza di Dio, tali doni sono da intendersi come “segni” della grazia di
Dio nei confronti dei reprobi. (Louis Berkhof, Systematic Theology (Grand
Rapids: Wm. B. Eerdmans Publishing Co., 1953), pp. 440, 441)
A. A. Hodge connette la rivelazione generale e il
contenimento del peccato:
“Grazia Comune” è la contenente e persuadente
influenza dello Spirito Santo che opera soltanto attraverso la verità rivelata
nel vangelo, o attraverso la luce naturale della ragione e della coscienza,
elevando l’effetto morale naturale di tale verità sulla comprensione, coscienza
e cuore. Essa non implica alcun cambiamento del cuore, ma semplicemente un
incremento del potere naturale della verità, una restrizione delle cattive
passioni, ed un aumento delle emozioni naturali in vista del peccato, dovere e
auto-interesse. (A. A. Hodge, Outline of Theology (New York:
Hodder & Stoughton, 1878), pp. 449, 450.)
William
Masselink, ha cercato di dimostrare la stretta relazione tra rivelazione
generale e grazia comune. Nel suo libro General Revelation and Common Grace,
lui nota che le due non possono essere identificate poichè esse differiscono in
origine, scopo e nel come noi acquistiamo conoscenza di entrambe:
Esse sono connesse, comunque, perchè nella grazia
comune Dio usa le verità della verità generale per contenere il peccato. I due
risultati della rivelazione generale sono: la coscienza di Dio e la coscienza
morale. Per mezzo di questi due risultati, attraverso la grazia comune di Dio,
il peccato è frenato nell’uomo naturale. (William Masselink, General
Revelation and Common Grace (Grand Rapids: Wm. B. Eerdmans Publishing Co.,
1953), p. 69.)
Donald McCleod, include la rivelazione generale di
Dio tra gli strumenti scelti da Dio per contenere il peccato, cosa che offre
all’uomo la possibilità di esprimere il bene civico. (Donald
McCleod, Behold Your God (Christian Focus Publications, 1990), p. 121)
Da queste citazioni appare evidente che la
rivelazione generale assume un ruolo importante nell’intera dottrina della
grazia comune. Coloro che non credono che esista una “grazia comune”, intendono
tale dottrina come se essa insegnasse che Dio rivela Se medesimo agli uomini in
due modi: attraverso le Scritture, e allora tale rivelazione è diretta agli
eletti, e attraverso la creazione e la storia, e in tal caso tale rivelazione è
rivolta a tutti gli uomini. Nell’uno come nell’altro caso abbiamo a che fare
con la “grazia”. Dio manifesta con la “grazia comune” un’attitudine di amore e
benignità nei confronti di tutti gli uomini (anche se alcuni assertori della
dottrina affermano che tale grazia è indirizzata esclusivamente ai reprobi).
Ciò che però sembra difettare a tale concezione,
peraltro non errata, è come vedremo appresso, l’idea di “contesto”. Infatti
il punto della questione non è tanto stabilire quanto hanno in comune credenti
e non-credenti, quanto piuttosto come esprimere tale comunanza senza permettere
al contempo che l’antitesi tra elezione e riprovazione divina vada perduta.