Sulla
Predestinazione
(dall'Istitutio di F.
Turrettini)
Deve la predestinazione essere pubblicamente insegnata e predicata? Noi affermiamo di si!
Alcuni fratelli francesi, al tempo di Agostino posero
tale domanda. Questo poichè in un suo scritto contro i pelagiani, aveva
inserito e sottolineato molte cose concernente la predestinazione, al fine di
difendere la verità contro le loro empie dottrine; molti furono turbati da tale
dottrina (come appare dalle due lettere di Prospero, un discepolo di Agostino e
di Ilario il presbitero (cfr. "Lettere 225 e 226 ad Agostino" [FC
32:119-29 e 129-391]).
La ragione di tale sconcerto, non era che si giudicasse tale dottrina falsa, ma
che veniva insegnato che la sua predicazione era pericolosa e difficile,
pertanto meglio sarebbe stato sopprimerla, piuttosto che portarla
all'attenzione dei credenti. Vi sono alcuni della stessa opinione al giorno
d'oggi. Utilizzando gli stessi argomenti usati contro tale dottrina in quasi
ogni età, pensano che sia meglio per la pace della chiesa e la tranquillità
delle coscienze, lasciar perdere tale questione (secondo loro, questa dottrina
suggerirebbe dubbi e genererebbe scrupoli, indebolendo la fede dei deboli e
portando gli uomini alla disperazione o alla sicurezza carnale).
Questa opinione è più onesta che vera, e non può essere convenientemente
ricevuta, da quelli che hanno conosciuto i ricchissimi frutti della
consolazione e della santificazione, donati ai credenti tramite la corretta
comprensione di questa dottrina. Così noi pensiamo che questa dottrina dovrebbe
essere: nè soppressa da una pretestuosa modestia, nè curiosamente posta in un
angolo da una eccessiva presunzione. Piuttosto dovrebbe essere insegnata
saggiamente e prudentemente a partire dalla Parola di Dio, in modo da evitare
due pericolosi ostacoli: da una parte, quello della "inclinazione
all'ignoranza" che non desidera vedere nulla e acceca se stessa
principalmente nelle cose rivelate; dall'altra parte, quello della
"curiosità senza limiti" che si ingegna a vedere e comprendere
qualsiasi cosa, anche le cose nascoste.
Tali ostacoli sono posti sul sentiero di chi, (peccando per difetto) pensa che
noi dovremmo astenerci dalle affermazioni di questa dottrina, oppure di chi
(peccando per eccesso) desidera fare completa luce (exonucizein) su ogni affermazione di tale mistero, e ritiene che niente dovrebbe
essere lasciato oscuro (anexereunifton). Noi al contrario,
teniamo fermo (con gli ortodossi) che la predestinazione può essere insegnata
con profitto, purchè questo sia fatto saggiamente a partire dalla parola di
Dio. Le ragioni che adduciamo sono:
(1) Cristo e gli apostoli frequentemente insegnano la predestinazione (come appare nel Vangelo: Matteo 11:20, 25; 13:11; 25:34; Luca 10:20; 12:32; Giovanni 8:47; 15:16 e in altri osti; e nelle epistole di Paolo l'intero Rom. 9 e Rom. 8:29, 30; Ef. 1:4, 5; 2 Tim. 1:9; 1 Tess. 5:9; 2 Tess. 2:13). Nè altrimenti fa Pietro, (o Giacomo o Giovanni) il quale parla ripetutamente di questo mistero in qualsiasi occasione gli è offerta. Ora se era appropriato per ciascuno di loro insegnare questo, perchè non dovrebbe essere appropriato per noi comprenderlo? Perchè dovrebbe Dio insegnare ciò che sarebbe stato meglio (arrifton) tacere (ameinon)? Perchè Dio desiderava proclamare quelle cose che sarebbe stato meglio non conoscere? Desideriamo noi essere più prudenti di Dio o prescrivergli delle regole?
(2) Essa è una delle dottrine primarie del Vangelo, un
fondamento della nostra fede. Ciò non può essere ignorato senza recare grave
ingiuria, alla chiesa e ai credenti.
Perchè essa è la sorgente della nostra gratitudine a Dio, la radice
dell'umiltà, il fondamento e la più ferma ancora di confidanza in tutte le
tentazioni, il fulcro della più dolce consolazione e del più potente incitamento
(incitamentum) alla pietà e alla santità.
(3) La importunità degli avversari (che hanno corrotto
questa punto primario della fede, tramite errori mortali, ed infami calunnie
che essi sono avvezzi ad ammucchiare sulla nostra dottrina) ci impone la necessità
di trattare l'argomento in modo che la verità possa essere chiaramente esibita
e liberata dalle accuse falsissime ed inique degli uomini inclini al male.
Con tale dottrina, noi non introduciamo una fatale e stoica
"necessità"; come se estinguessimo tutta la religiosità nella mente
degli uomini, per calmarli sul letto della sicurezza e della profanità o
buttarli nell'abisso della disperazione; come se noi facessimo Dio crudele,
ipocrita e autore del peccato, rabbrividisco al solo riferire tali calunnie!
Tutte queste accuse, sono interamente false, e dovrebbero, senza mezzi termini essere rifiutate da una savia e salutare dottrina derivata dalla Parola di Dio. (1) Uomini malvagi spesso abusano di questa dottrina (impropriamente compresa), tuttavia la sua legittimità per le persone pie, non deve essere negata (a meno che non si desideri avere maggiori riguardi per i malvagi piuttosto che per i credenti). (2) Se, sulla base degli abusi di alcuni individui, noi ci astenessimo dalle affermazioni di questa dottrina, noi dovremmo allo stesso modo astenerci dalla maggior parte dei misteri della religione cristiana, di cui i malvagi abusano o per i quali ci deridono e ridicolizzano (come ad esempio il mistero della Trinità, dell'incarnazione, della risurrezione, e simili). (3) Le calunnie scagliate contro le dottrine di Paolo, dai falsi apostoli, non lo costringeva a sopprimerla; al contrario, lui dappertutto discute di predestinazione, nel suo ispirato modo, in maniera da chiudere la bocca agli avversari. Perchè noi dovremmo astenerci dalla sua presentazione? Permetteteci di seguire le orme di Paolo e con lui di parlare o tacere.
Se alcuni abusano di questa dottrina per darsi alla licenziosità o votarsi alla disperazione, questo succede non a causa della dottrina stessa, ma accidentalmente, a causa dei vizi degli uomini che malvagiamente si avvinghiano ad essi, a loro stessa perdizione. In realtà non c'è nessun'altra dottrina da cui possa essere ricavata più potente incitamento alla pietà, e da cui sgorga ricchissima confidanza e consolazione (come sarà notato al momento opportuno).
Il mistero della predestinazione, è troppo sublime per noi, per essere compreso nel suo "perchè" (dioti), per noi sarebbe troppo arduo trovare o assegnare le ragioni o le cause di essa. Ciò non toglie che essa sia insegnata di fatto (oti) nelle Scritture e sia da noi fermamente ritenuta. Pertanto vi è da fare una distinzione: a) ciò che Dio ha rivelato nelle Sacre Scritture; b) ciò che Dio ha nascosto. Non possiamo prescindere da tale distinguo. "Le cose occulte" afferma la Scrittura, "appartengono a Dio: ma le cose rivelate appartengono a noi e ai nostri figli" (Deut. 29:29). Ignorare le cose rivelate costituisce ingratitudine, ma indagare le cose occulte significa temerità. "Noi non dobbiamo dunque negare ciò che è chiaro perchè noi non possiamo comprendere ciò che è nascosto," così Agostino si esprime su questo punto (Sul Dono della Perseveranza 37 [NPNF1, 5:540; PL 45.10161).
I Padri precedenti Agostino, parlarono molto
parsimoniosamente intorno a tale mistero, non perchè essi giudicavano fosse
meglio ignorarlo, ma perchè non si presentava occasione di discuterne più
largamente (l'eresia pelagiana non era ancora venuta alla ribalta).
E' però senz'altro vero, che talvolta si esprimevano senza sufficiente cautela.
Tuttavia Agostino (Sul Dono della Perseveranza) argomenta che non sorvolavano
questa dottrina (perchè chi potrebbe ignorare a proposito di ciò che è tanto
chiaramente espresso nelle Sacre Scritture?); Agostino in tal senso adduce le
testimonianze di Ambrogio, Cipriano e Gregorio Nazianzeno.
Anche se riteniamo che la predestinazione dovrebbe essere
insegnata, ciò non implica che l'umana curiosità debba essere incoraggiata.
Riteniamo, tanto che vi sia necessità di insegnare, quanto di usare una grande
sobrietà e prudenza; entrambi questi elementi debbono rimanere nei confini
assegnati dalla Scrittura, non cercando di essere saggi oltre ciò che è scritto
(par'o gegraptai). Dobbiamo avere, nella
presentazione delle sue proposizioni, riguardo per le persone, i luoghi e i
tempi. Essa non deve essere diffusa immediatemente e senza cautele, ma
gradualmente e lentamente. Nè deve essere presentata egualmente in tutte le sue
parti, ma alcune debbono essere più frequentemente esposte, per renderle più
utili e meglio adatte alla consolazione dei pii (come la dottrina
dell'elezione), mentre altre debbono essere esposte meno frequentemente (come
la riprovazione degli iniqui). Neppure deve essere presentata allo stesso modo
a coloro che frequentano la congregazione oppure ai novizi (tois mustais).
La predestinazione deve essere considerata non un "a-priori", quanto
piuttosto un "a-posteriori". Non dobbiamo scendere dalle cause agli
effetti, ma ascendere dagli effetti alle cause.
Neppure dobbiamo ritenere di potere con curiosità, scrutare il "rotolo
della vita" per vedere se i nostri nomi vi sono scritti (cosa addirittura
proibita), ma dovremmo diligentemente consultare il "libro della
coscienza", cosa non solo permessa, ma anche comandata, poichè noi
dobbiamo conoscere se il sigillo di Dio è stampato sui nostri cuori e se i
frutti dell'elezione (ad esempio: fede e pentimento) possono essere trovati in
noi (che è il miglior modo di procedere nella salvifica conoscenza di questa
dottrina). In una parola, dovremo bandire tutte le questioni inopportune e
infruttuose, che Paolo chiama "folli e stolte" (apaideutous zetesis kai
aperantous, 2 Tim. 2:23), le quali solitamente generano divisioni e contese. Il
nostro unico obiettivo dovrebbe essere quello di incrementare la nostra fede,
non nutrire inutili curiosità, lavorare per l'edificazione, non affaticarci per
la nostra gloria.
In che senso sono usate le parole prognosis, ekloges e proqesis per descrivere il mistero della 'predestinazione'?
Poichè le Sacre Scritture (che rettamente intese, gettano grande luce sulla conoscenza di tale soggetto) usano varie parole per spiegare tale mistero, dobbiamo premettere alcune cose a tal proposito.
In primo luogo per descrivere questa dottrina è usata la parola "predestinazione", ciò deve essere tenuto ben presente. Perchè sebbene il soatantivo "proorismos" (predestinazione) non compare nelle Scritture, il relativo verbo appare spesso (Atti 4:28; Rom. 8:29, 30 Efesini 1:5). Comunque predestinare (proorizein ) significa "determinare qualcosa a proposito di cose, prima che esse accadano o dirigere l'uomo ad un certo fine".
Il termine, secondo gli studiosi, possiede tre accezioni: (1) In generale, identifica ogni decreto di Dio a proposito delle creature, e più specificamente, il decreto di Dio per le creature intelligenti, a proposito del loro fine ultimo. In tal senso è utilizzato dai Padri per connotare la stessa Provvidenza. (2) Più specificamente "predestinazione", indica il consiglio di Dio a proposito degli uomini caduti, affinchè siano salvati per grazia o dannati per giustizia (cosa che è rispettivamente chiamata "elezione" e "riprovazione"). (3) Ancora più specificamente indica il decreto stesso di elezione, cioè la "predestinazione dei santi". In accordo con il secondo significato vi possono essere due ulteriori sensi (scesin): a) in riferimento alla "destinazione al fine", b) particolarmente per la "destinazione ai mezzi" (nel quale senso esso è usato da Paolo quando afferma che Dio predestina quelli che Lui preconosce, affinchè siano "conformati all'immagine di suo Figlio" (Rom. 8:29, 30). Risulta chiaro che "predestinazione" è distinto dal termine "preconoscenza", e si riferisce particolarmente al fine. Ad esempio dove è detto che Dio ci ha scelto in Cristo, "avendoci predestinati" (proorisas hmas) ad essere adottati (Efes. 1:5), connotando così il fine dei mezzi disposti all'ottenimento della salvezza, frutto dell'elezione.
E' oggetto di controversia se la
"predestinazione" debba essere riferita solo all'elezione o se essa
riguarda anche la "riprovazione". Questo dibattito fu originariamente
sollevato dalla meditazione di Gottschalk nel IX° secolo, in quanto Giovanni
Scoto affermava che con il termine "predestinazione" dovesse essere
indicata la sola elezione (De Divina Praedestinatione liber [PL 122.355,4401). Al
contrario, Gottschalk, i Lionesi ed il vescovo Remigio, la estendevano anche
alla "riprovazione". La stessa questione ora si pone tra noi e i
papisti.
I papisti (ai quali risulta odioso il termine "riprovazione")
contendono affermando che essa deve essere usata solo nel primo senso. Essi
sono abituati a chiamare i "reprobi", non con il termine
"predestinati", ma con il termine "preconosciuti"; e così
non subordinano, ma oppongono la riprovazione alla predestinazione (così fanno,
Bellarmino, Gregorio di Valentia and Pighius, De libero hominis arbitrio 8.2
[1642], p. 137). Con loro concordano anche alcuni degli ortodossi, sebbene non
con gli stessi obiettivi in vista. Ma noi sebbene disposti a confessare che il
termine predestinazione è secondo l'uso scritturale spesso ristretto
all'elezione; pure per la significazione propria del termine, ma anche dall'uso
scritturale e per l'uso ricevuto, pensiamo sia giusto estenderlo alla
riprovazione così da abbracciare entrambe le parti del consiglio divino
(elezione e riprovazione).Le ragioni a sostegno di tale posizione sono:
(1) la Scrittura estende il termine proorizein agli atti malvagi che causarono la crocifissione
di Cristo: "il figlio dell'uomo se ne va secondo che è stabilito" (kata to orismenon) (Luca 22:22; Atti
4:28). Erode e Ponzio Pilato non fecero nulla, ma solo quanto la mano di Dio
aveva stabilito (proorise) venisse compiuto. Non è valida l'obiezione che potrebbe
essere fatta, che il termine non tratta della loro riprovazione, ma del piano
della crocifissione affinchè andasse ad un buon fine. Queste argomentazioni non
debbono essere opposte, ma ricomposte. La crocifissione di Cristo (che è il
nostro mezzo di salvezza) era per i crocifissori lo strumento di dannazione
(che dipende dal più che giusto decreto di Dio). 2) La Scrittura usa frasi
equivalenti quando è detto che certe persone sono destinate all'ira (1 Tess.
5:9; 1 Pietro 2:8), destinate alla distruzione (Rom. 9:22), ordinate alla condanna
(Giuda 4), create per il disonore (Rom. 9:21) e per il giorno del male
(Proverbi 16:4). Se è la riprovazione che è espressa in questi brani, perchè
non può la riprovazione essere espressa con il termine "predestinazione?
3) La definizione di predestinazione (cioè, l'ordinazione di una cosa al suo
fine tramite la scelta di mezzi, prima che essa accada) è non meno appropriata
alla riprovazione che all'elezione.
4) I Padri così si esprimono frequentemente: "Noi confessiamo l'elezione a
vita e la predestinazione dei malvagi alla morte" (Concilio di Valence,
Mansi, 15:4). "Lui compie ciò che desidera, propriamente usando anche le
cose malvage, avendo di mira la dannazione di coloro che Lui ha giustamente
predestinato alla punizione" (Agostino, Enchiridion 26 [100] [FC 3:454; PL
40.2791; cf. anche il suo "Trattato sui Meriti e il Perdono dei Peccati,'
2.26 [171 [NPNFI, 5:551; CG 21.24 [FC 24:387-941; Fulgenzio, Ad Monimum I [PL
65.153-781). "La predestinazione è duplice; o degli eletti al riposo o dei
reprobi alla morte" (Isidoro di Siviglia, Sententiarum Libri tres 2.6 [PL
83.6061).
Sebbene in verità il termine "predestinazione" è talvolta preso in senso stretto nelle Sacre Scritture, ad indicare la predestinazione dei santi o l'elezione alla vita, ciò non toglie che esso possa essere usato più comprensivamente. Anche se gli oggetti degli atti della riprovazione e dell'elezione sono opposti, non lo sono gli atti stessi, per tale motivo (dal punto di vista di Dio), non sono tali atti reciprocamente opposti. Essi procedono dalla stessa fonte la quale opera liberissimamente.
La seconda parola che ricorre frequentemente è prognosis. Paolo la usa in più di
un'occasione: "colui che è stato preconosciuto" (ous proegno, Rom. 8:29); "Lui
non ha rigettato il suo popolo che ha preconosciuto (proegna, Rom. 11:2); "essi
sono chiamati eletti secondo la preconoscenza" (kata prognosin, 1 Pietro 1:2). Poichè
gli antichi e i moderni pelagiani abusano con malizia di questa parola, onde
supportare la propria concezione di una previsione della fede sulla base delle
opere, noi dobbiamo osservare che prognosin può essere inteso in due sensi: o teoricamente o
praticamente. Nel primo senso, il termine prognosis, è inteso per la semplice conoscenza delle cose future da parte di Dio,
cioè indica la "prescienza", ed è un'attività dell'intelletto divino.
Nel secondo senso, il termine intende l'amore pratico (azione pratica), e il
decreto che Dio stabilisce a proposito della salvezza di particolari persone,
dunque il riferimento è alla volontà di Dio. In questo senso, la conoscenza è
spesso sinonimo di consenso e approvazione (Salmo 1:6; Giovanni 10:14; 2
Timoteo 2:19). Dunque ginoskein significa non solo "conoscere", ma
anche "conoscere e giudicare una cosa" (ad esempio, il Plebiscitum
non è la conoscenza del popolo, ma deriva dal verbo "scisco", che
significa "decretare e determinare"). Quando la Scrittura usa la
parola prognosis per la dottrina della
predestinazione, non e il primo senso che è chiamato in causa (cioè la mera
preconoscenza di Dio tramite cui egli prevede la fede e le opere degli uomoni):
(1) Poichè quello che Lui preconosce anche lo riprova, mentre qui si tratta
della preconoscenza in relazione agli effetti. (2) La sola preconoscenza non è
la causa delle cose, nè impone metodo o ordine su di esse, ma le trova già
formate (contrariamente a come succede nella catena degli eventi della
salvezza). (3) Perchè niente potrebbe essere previsto da Dio, se non ciò che
Lui stesso garantisce e deriva dalla predestinazione, come fanno gli effetti
alla causa; nè precedono la predestinazione come sua causa, come sarà
dimostrato in seguito. E' questa la "preconoscenza pratica" (cioè
l'amore e l'elezione di Dio), che però non dobbiamo supporre essere senza
motivo (alogon), sebbene le ragioni
della Sua saggezza possono sfuggirci (nella stessa maniera Cristo è detto
essere stato preconosciuto [proegnosmenos], cioè preordinato da Dio "prima della
fondazione del mondo" 1 Pietro 1:20).
Ancora nella benevolenza e nella "preconoscenza
pratica" di Dio, distinguiamo: (1) l'amore e la benevolenza con cui Lui ci
persuade; (2) il decreto stesso, tramite cui Dio determina di manifestare il
Suo amore per noi, tramite la comunicazione della salvezza.
In tal modo accade che prognosis possa essere usato in un senso generale, per
entrambi i sensi (cioè per l'amore e l'elezione divine come in Rom. 8:29 e Rom.
11:2); in un senso più stretto il termine designa l'amore e il favore che è la
sorgente e il fondamento dell'elezione. Pietro ne parla quando afferma che i
credenti sono "eletti secondo la preconoscenza" (kata prognosin), cioè secondo l'amore
di Dio (1 Pietro 1:2).
Il termine ekleges ("elezione") nei luoghi in cui ricorre,
non sempre ha lo stesso significato.
Talvolta il termine denota una chiamata a qualche ufficio politico o sacro (
Saul è "eletto" [1 Samuel 10:24]; Giuda è "eletto"
all'apostolato, [Giovanni 6:70]). Altra volta designa una elezione esteriore,
una separazione da persone per entrare a far parte del patto con Dio (in questo
senso il popolo di Israele è detto essere eletto da Dio, Deut. 4:37).
Nel brano seguente il termine indica oggettivamente gli stessi eletti:
"mentre il residuo eletto (eklogh epetucen), lo ha ottenuto"
(Romani 11:7); o formalmente l'atto di elezione di Dio (tale atto è chiamato
ekloghn
proqesis,
Romani 9:11). In quest'ultimo caso, il termine elezione può essere considerato
in relazione: (1) al decreto antecedente (sottolineando l'eternità della sua
natura); (2) alla susseguente esecuzione (nel suo accadere nel tempo dopo
la chiamata). Cristo si riferisce a tale secondo significato in Giovanni 15:16:
"Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi"; e "Voi
non siete del mondo, ma io vi ho chiamati" (v. 19).
Agostino utilizza entrambe le forme (scesin): "Noi siamo stati eletti prima della
fondazione del mondo tramite quella predestinazione per la quale Dio prevede in
che modo le cose future accadranno; noi siamo scelti dal mondo per il tramite
di quella chiamata in virtù della quale Dio compie ciò che lui ha
predestinato" (Sulla Predestinazione dei Santi).
"Elezione", per la forza della parola, è più forte che il termine "predestinazione". Perchè tutti possono essere predestinati, ma non tutti possono essere eletti, perchè Colui che elegge non prende tutti, ma sceglie alcuni di mezzo ai molti. L'elezione di alcuni, implica lo scarto e la reiezione di altri: "Molti sono i chiamati", dice Cristo, "ma pochi gli eletti"(Matteo 20:16); e Paolo "il residuo eletto l'ha ottenuto, e gli altri sono stati indurati" (Romani 11:7). Così Paolo usa il verbo eklegw per designare l'elezione, il quale implica la separazione dagli altri: "Dio fin dal principio (eilato), vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione dello Spirito e la fede nella verità (2 Tess. 2:13).
Proqesis è spesso usato da Paolo in materia di elezione per denotare che il consiglio di Dio, non è un vuoto ed inefficace atto della volontà divina, ma il costante, determinato e immutabile scopo di Dio (Romani 8:28; 9:11; Efesini 1:11). Il termine proqesis è di altissima efficacia (come gli antichi grammatici affermano) come è detto distintamente da Paolo: (kata proqesin tou ta panta energountos) "conforme al proposito di Colui che opera tutte le cose secondo il proposito della propria volontà" (Efesini 1:11). Talvolta il termine è applicato all'elezione: (kata eklogen proqesis) "il proponimento dell'elezione di Dio" (Romani 9:11); e noi siamo detti "predestinati" (kata proqesin, Efesini 1:11). Il termine è anche connesso con la "chiamata": "che sono chiamati secondo il suo scopo" (tois kata proqesin kletois, Romani 8:28), poichè tanto l'elezione quanto la chiamata dipendono e sono fondati sullo scopo di Dio.
Ora sebbene tutte queste parole siano spesso impiegate in
modo promiscuo, pure sono frequentemente distinte; non senza ragione esse sono
usate dallo Spirito Santo, per denotare le svariate situazioni (sceseis) di quel decreto
di Dio che non può essere spiegato appropriatamente con una sola parola. Infatti
il decreto può essere concepito:
1)
in relazione al principio da cui promana;
2)
in relazione all'oggetto verso cui è diretto;
3)
in relazione ai mezzi tramite i quali è compiuto.
Riguardo al punto 1) proqesis o eudokias (che denota il consiglio e il gradimento di Dio) sono
intesi a designare la prima causa dell'azione. Riguardo al punto 2) prognosis o ekloge (concernono la
separazione di alcune persone da altre, nell'opera della salvezza. Riguardo al
punto 3) proorismos è usato per indicare i
mezzi preparati da Dio per comunicare la salvezza.
Riassumendo: Proqesis si riferisce al fine; prognosis all'oggetto; proorismos ai mezzi; prodiesis alla certezza
dell'evento; prognosis ed ekloge alla individualità e distinzione di persone; proorismos all'ordine dei mezzi.
In tal modo l'elezione è certa e immutabile per proqesin; determinata e definita
prognosin; ordinata per proorismon. Vi sono tre gradi, se
ci è consentito di esprimerci in tale maniera, per indicare l'operato di Dio
nel suo svolgimento temporale: perchè come noi saremo glorificati con il Padre,
redenti dal Figlio e chiamati attraverso lo Spirito Santo, allo stesso modo il
Padre determina da tutta l'eternità di glorificarci insieme a se stesso, questa
è la prothesis. Lui ci elegge nel suo
Figlio, questa è la prognosis. Lui ci predestina alla grazia e al dono dello
Spirito Santo (che suggella l'immagine del Figlio in noi, attraverso la Sua
santità e la Sua sofferenza sulla croce), questo è il proorismos.
Poichè come il Padre invia il Figlio, allo stesso modo il Figlio e il Padre
inviano lo Spirito Santo. E vicevera, lo Spirito ci conduce al Figlio, e Il
Figlio ci conduce al Padre.
I termini tramite cui la predestinazione della membra è descritta, sono impiegati anche per descrivere la predestinazione del capo. Riguardo a Cristo prothesis è usato da Paolo: (Cristo) "il quale Iddio ha prestabilito per essere la propiziazione" (on proeqeto ilastion, Rom. 3:25); per prognosis abbiamo: (Cristo) "ben preordinato prima della fondazione del mondo" (proegnwsmenou men pro katabolhs kosmou, 1 Pietro 1:20); per proorismos, abbiamo non solo il brano dove Cristo è detto essere orisqeis il Figlio di Dio (Rom. 1:4), ma anche il brano dove la Sua morte è detta essere accaduta per il determinato consiglio di Dio e per predestinazione (orismenh boulh kai prognwsei), e che dunque sarebbe accaduta qualsiasi cosa fosse stata compiuta da Erode o Ponzio Pilato (Atti 2:23).