Chiesa Evangelica:I nostri consigli

Vi proponiamo in questa pagina alcune recensioni di libri cristiani, che potranno essere di orientamento ed aiuto a quanti desiderano avere una più approfondita conoscenza di temi scritturali. Ricordiamo a tutti che è necessario studiare e conoscere la Bibbia. Questo infatti è l'unico libro davvero infallibilile, perchè è Dio stesso ad averlo ispirato agli uomini affinchè potessero avere conoscenza del Suo carattere e della Sua volontà. Se desiderate avere qualcuno dei libri consigliati, e non sapete dove trovarli contattateci e cercheremo di aiutarvi.


 

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato
Atanasio, Il Credo di Nicea.

Ed. Città Nuova,2001. Vai alla recensione del libro

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato
E. Parish Sanders, Paolo, la legge e il popolo giudaico.
Ed. Paideia, 1989. Vai alla recensione del libro

  Chiesa Evangelica:diamondLibro consigliato
John Stott., La croce di Cristo
Roma, GBU, 2001. Vai alla recensione del libro

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato:
C. S. Lewis. Diario di un dolore.
Adelphi editore. Vai alla recensione del libro


Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato:
Jacques Blocher. La Chiesa Romana allo specchio
Titolo originale: Le Catholicisme à la Lumière de l'Ecriture Sainte
Traduzione adattamento e ampliamento a cura di Nino Tirelli
Edizioni Centro Biblico. 1990 £13.500 Vai alla recensione del libro

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato:
Leonardo De Chirico. Il Giubileo, speranza del terzo millennio.
Italia per Cristo editore. Roma 1999. £ 10.000

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato:
C.S. Lewis. Scusi.....Qual'è il suo Dio?
Titolo originale: Mere Christianity.
G.B.U. editore. Roma 1993. £ 24.000

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato:
John C. Whitcomb. Origini.
Titolo originale: The Early Earth. An Introduction to Biblical.
Casa Biblica editore. Vicenza 1986. £ 16.000

Chiesa Evangelica:diamond Libro consigliato:
Giuseppe Ricciotti. Vita di Gesù Cristo.
Introduzione di Vittorio Messori.
Arnoldo Mondadori editore. Oscar Mondadori.




Recensione del testo a cura di Riccardo Ingenito: Atanasio, Il credo di Nicea, collana testi patristici, ed. Città nuova, Roma 2001.

L'epistola "De decretis nicaenae synodi" e l'opera svolta da Atanasio di Alessandria, al Concilio di Nicea nel 325 d.C., possono essere considerati emblematici della linea apologetica trinitaria, che l'ortodossia cristiana adotterà in modo definitivo. Dall'esegesi atanasiana e da quel Concilio dipenderanno i successivi lavori conciliari. Le tesi "subordinazioniste" del Logos platonico che avevano influenzato Tertulliano sono scartate da Atanasio che opera anche una revisione teologica del concetto di "sostanza" riferito a Cristo. Lo scritto è occasionato dalle richieste di spiegazioni da parte di un amico (forse da Apollinare, futuro vescovo di Laodicea di Siria) con il quale Atanasio è in corrispondenza. L'amico ha sostenuto una disputa con alcuni ariani ed eusebiani (seguaci di Eusebio, vescovo di Cesarea, sostenitore della dottrina subordinazionista del Logos e filoariano); la discussione si era venuta centrando sul significato del brano della Bibbia di Proverbi 8:22. Gli ariani, a partire dalla propria interpretazione del brano, avrebbero cercato di contestare il simbolo niceno e, in particolare, le espressioni "dalla sostanza del Padre" e "consostanziale al Padre" (homooùsios), a loro parere contenute nella Scrittura. Atanasio risponde all'amico, definendo un mero pretesto le obiezioni mosse alla dottrina nicena e ricordando inoltre che gli eusebiani in particolare avevano sottoscritto il simbolo niceno (in appendice allo scritto Atanasio allega una copia dell'epistola inviata dal vescovo Eusebio ai fedeli della propria comunità di Cesarea, op.cit., p. 61). Questa epistola prova come siano volubili le posizioni degli eusebiani ( "questo atteggiamento …. è distintivo dei commercianti" , op.cit., p.63), essi hanno prima sottoscritto la dichiarazione di fede del Concilio e dopo hanno apostatato. Atanasio ricorre spesso al parallelo tra l'atteggiamento degli ariani e quello dei giudei nei confronti di Gesù , poiché entrambi si ostinano a negare la divinità del Cristo (op.cit., pp. 54-56). Come i giudei si rivolsero al potere romano per eliminare Gesù di Nazaret, allo stesso modo gli ariani ricorrono al potere imperiale per annullare le decisioni ratificate dal Concilio di Nicea (Atanasio, op.cit., pp. 56-58). Le tesi degli ariani sono così espresse da Atanasio: "Non da sempre vi è un Padre e non da sempre vi è un Figlio; infatti prima di essere generato, il Figlio non esisteva, ma è stato creato anch'egli dal nulla. Perciò Dio non da sempre è stato Padre del Figlio; ma quando il Figlio fu fatto e creato, allora anche Dio fu chiamato Padre suo. Il Logos infatti è creatura e opera, estraneo e diverso dal Padre secondo la sostanza. Inoltre il Figlio non è il naturale e vero Logos del Padre, né la sua unica e vera Sapienza, ma è una creatura, ed essendo una delle sue opere, solo impropriamente è chiamato Logos e Sapienza. Anch'egli infatti è venuto all'esistenza, come tutte le altre cose, mediante il Logos che è in Dio. Perciò il Figlio non è Dio nel senso vero e proprio del termine." (op.cit., p. 67). Ario, presbitero di Alessandria, da queste premesse deduce che il Logos , come tutte le creature, è soggetto al mutamento e al cambiamento. La conoscenza che il Logos possiede del Padre è imperfetta essendo diverso e separato dalla sostanza del Padre. Il Logos sarebbe stato concepito solo allo scopo di creare l'universo. Atanasio dimostra, sulla scorta della Bibbia, la perfetta identità di sostanza tra il Padre e il Figlio ((homooùsios). Il Figlio non è un intermediario nell'opera della creazione perché è possibile un'azione diretta sulla creatura da parte di Dio creatore. Se ciò fosse falso (come sostiene Asterio dal quale Ario ha mutuato la dottrina), essendo il Figlio stesso una creatura "bisognava che, per poter esser creato, prima di lui ci fosse qualcuno di mezzo… e così via all'infinito" (op.cit., p.73). L'assurdità della tesi di Asterio, teorico dell'arianesimo della prima generazione, è così palese da non giustificare altri commenti. Questa tesi è presente anche in Filone Alessandrino, e dal neo-platonismo gli ariani l'hanno mutuata per spiegare il significato del termine "unigenito". Il neo-platonismo sottolinea l'assoluta trascendenza di Dio, definito il "non-divenuto", colui che non è soggetto al divenire al contrario delle creature, e, pertanto incapace di entrare a contatto con esse. La Scrittura, al contrario, testimonia come Dio (Javhè) abbia sempre allacciato un rapporto diretto con gli uomini dell'AT e del NT (op.cit., p.71). Anche le altre obiezioni suscitate dagli eusebiani e sposate dagli ariani sono equivoche rispetto alle dichiarazioni conciliari, e sono desunte dalla filosofia neo-platonica. Infatti anche la differenza tra il Figlio e le altre creature è tratta dal concetto di partecipazione neoplatonico che sottolinea l'assoluta non partecipazione di Dio al creato: solo il Figlio partecipa del Padre, mentre le altre creature partecipano soltanto del Figlio. Obietta Atanasio: "se noi fossimo chiamati "figli del Figlio", sarebbe ragionevole la loro fantasia; ma se anche noi siamo chiamati "figli di Dio", …… allora è chiaro che anche noi partecipiamo del Padre (op.cit., p.76). Atanasio chiarisce che la natura degli uomini e la loro generazione non è come quella divina del Logos. Gli uomini nascono e si cibano di materia organica che assimilano per la loro crescita ma "Dio, invece, non essendo composto di parti, è Padre del Figlio senza subire divisione o mutazione. … Per questo (il logos) è Unigenito e il solo ad essere nel seno del Padre (Giov. 1:18). ….Costui è il Logos del Padre, ed è possibile capire che anch'egli non è soggetto a mutazione o divisione, come non lo è il Padre. …Perciò egli come Logos, siede alla destra del Padre (Col. 3:1)….. noi invece, come creature, stiamo in piedi, giudicati da lui. Egli è adorato, perché è Figlio del Padre, …. Noi invece lo adoriamo… (op.cit., p.79). La generazione del Figlio è eterna poiché nessuno oserebbe sostenere "che ciò che è da Dio sia qualcosa a lui accidentale" (op.cit., p.79). Di Cristo, Atanasio afferma che "Egli è lo splendore della gloria e l'impronta della sua sostanza" (Ebr. 1:3), e inoltre, il Logos (YHWH nell'A.T.) rimproverando Israele dice: "hanno abbandonato me, fonte di acqua viva"(Ger. 2:13). "E' forse qualcuno in grado di separare lo splendore dal sole o pensare che la fonte della vita sia priva della vita? …..egli che ha detto: "Io sono la vita (Giov. 14:6) (op.cit., p.80). L'insensatezza degli ariani è maggiormente evidente quando attribuendo al Logos, la Sapienza, la Vita e la Verità separano da Dio creatore le qualità proprie del Figlio. In tal modo si giunge alla conclusione che il Padre non possedeva queste qualità prima della creazione del Figlio. L'errata interpretazione di Proverbi 8:22 è proprio un argomento scelto dagli eusebiani per dimostrare che il Logos è una creatura. Atanasio respinge questa tesi che dimentica gli altri passi della Scrittura dove la divinità del Figlio e la sua eternità sono realtà evidenti e ripropone l'interpretazione patristica del brano di Proverbi. In effetti, chi parla è la Sapienza divina personificata, identificata dai Padri con il Logos, e il brano fa riferimento all'incarnazione di Cristo e non ad una sua presunta creazione dal nulla (op.cit., pp.81-86). La verità insegnata dalle Scritture è il criterio perseguito da Atanasio nella sua ricerca sul "Logos". Atanasio in questa ottica spiega per quale motivo dal Concilio di Nicea, sono state introdotte le parole "dalla sostanza" e "consostanziale" (homooùsios), non contenute nella Scrittura: "ci dicano (anche gli ariani) da quali Scritture hanno appreso ……quelle frasi che hanno messo insieme: "dal nulla", "prima che fosse generato non esisteva"; "c'era un tempo in cui non esisteva"; "mutevole"; "preesistere" (op.cit., p.93); e aggiunge: "Noi attingiamo la fede in queste verità non dai filosofi, ma dalle Scritture" (op.cit., p.91). La corretta scienza teologica attinge i suoi presupposti dalla sola Scrittura e li elabora attraverso l'uso della ragione. Perché il Concilio ha definito il Figlio "dalla sostanza del Padre? Il Concilio voleva da una parte eliminare le espressioni errate degli ariani, e dall'altra scrivere le parole attestate nelle Scritture, cioè che il Figlio non proviene dal nulla, ma da Dio, e inoltre è Logos e sapienza, non creatura né opera, ma frutto della generazione propria del Padre" (op.cit., p.95). Infatti Ario sosteneva che l'espressione "da Dio" (2 Cor. 5:17) fosse comune a tutte le cose create e quindi anche al Logos. Per questa ragione si volle specificare al Concilio di Nicea che l'espressione "da Dio" riferita al Logos volesse significare "dalla sostanza" (ek tès ousìas) del Padre perché a nessuna delle cose create si può attribuire questo. Perché il Concilio ha definito il Figlio "consostanziale" al Padre? Al Concilio si volle affermare che il Figlio è immagine del Padre e perfettamente simile a lui, immutabile e eterno. Atanasio, presente al Concilio come diacono, ci testimonia che gli eusebiani mormoravano tra di loro che espressioni come "simile a Dio" (1 Cor. 11,7), "sempre" (2 Cor. 4,11), "in lui" (At. 17,28), "immutabile" (Rom. 8, 35, 39) erano riferite nella Scrittura sia al Figlio che alle creature. Pertanto i vescovi presenti al Concilio per evitare disguidi e false interpretazioni del simbolo niceno, dopo aver approvato l'arringa di Atanasio e la confutazione delle tesi ariane senza che i suoi assertori protestassero, vollero precisare il pensiero della Scrittura e scrissero che il Figlio è "consostanziale" (homooùsios) al Padre (op.cit., pp.97-99). "la generazione del Figlio dal Padre è diversa dalla natura degli uomini, di modo che il Figlio non solo è simile, ma è anche inseparabile dalla sostanza del Padre. Egli è il Padre sono una cosa sola (Giov. 10:30), come egli stesso ha detto; e il Logos è da sempre nel Padre e il Padre nel Logos, come è lo splendore rispetto alla luce" (op.cit., p.99). E' necessario utilizzare parole estranee alla Scrittura per definire l'ortodossia? Atanasio afferma a tal proposito: "Sì, sono d'accordo anch'io: gli argomenti della verità sono più esatti se presi dalle Scritture che non da altre parti". (op.cit., p.123). Tuttavia ve riconosciuta la possibilità di precisare la dottrina della natura del Cristo con termini teologici il cui significato risulti incontrovertibile. L'alternativa non è tra "linguaggio biblico" e "linguaggio extra-biblico", ma tra "chiarezza" ed "equivoco", bisogna infatti evitare che il ricorso a brevi dichiarazioni di fede, composte esclusivamente da termini biblici, si traduca in dichiarazioni di fede aperte a qualsiasi interpretazione. Atanasio concorda che la Scrittura è necessaria e sufficiente a definire la dottrina ma se desideriamo esporre la cristologia con poche parole, abbiamo bisogno di ricorrere a termini (teologici) che sintetizzino il pensiero della Scrittura: abbiamo bisogno di fare teologia!


C. S. Lewis. Diario di un dolore.

C. S. Lewis (1898-1963), fu scrittore, studioso ed apologeta anglicano. Insegnò letteratura medievale al Magdalen College di Oxford.
Egli è convinto che la "conversione" a Dio, debba essere intesa come una sorta di "ritorno" a Colui che ci chiama.

E' questo il concetto di "sehnsucht" o senso di nostalgia ardente per l'infinito come fattore motivante del ravvedimento e della santificazione.
La teologia conservatrice e l'apologetica induttivista di Lewis hanno sempre esercitato una grande attrazione sugli evangelici, nonostante una concezione piuttosto "neortodossa" dell'ispirazione della Bibbia (Lewis considera la Bibbia come un veicolo letterario che "contiene" la Parola di Dio) e una notevole apertura all'evoluzione teistica.

"Diario di un dolore" è uno scritto autobiografico, occasionato dalla sofferenza cagionata dalla morte per cancro dell'amata moglie. Lewis per cercare sollievo al proprio dolore, decide di annotare su dei taccuini i moti del proprio animo angosciato.

Anche questo scritto, come altri di Lewis, è caratterizzato dalla lucidità e dalla logica con la quale sono presentati e analizzati le motivazioni che sostanziano la fede del credente. Egli afferma: "Ho bisogno di un anestetico, e leggere adesso non è una droga abbastanza forte. Scrivere tutto (tutto? no: un pensiero su mille) mi serve, io credo, per discostarmi un poco." (pag. 16).

Dunque la scrittura come "anestetico" che pur non recando l'oblio, aiuta almeno a rendere "tollerabile" il dolore.

La "registrazione" del dolore permette all'autore una presa di coscienza della propria pena, ma: ".. un conto è dire che un paziente ne sta venendo fuori dopo un'operazione di appendice altro è dirlo dopo l'amputazione di una gamba... lui sarà sempre un uomo con una gamba sola. Non avrà modo di dimenticarlo. Tutto sarà diverso.(...) Ma bipede non lo sarò mai più" (pag. 61).

Il percorso di "accettazione" della sofferenza del "credente" Lewis si articola in 3 fasi: 1) analisi della realtà del dolore, 2) travaglio della fede, 3) accettazione della sofferenza. Credo che questo scritto, tutt'altro che pedante, possa risultare particolarmente utile a quanti sono alla ricerca di un confronto "serio" con il problema del dolore e della sofferenza. Il messaggio di fondo è che il credente non è destinato necessariamente ad una esistenza felice o serena.

Egli vive all'ombra del ritorno di Cristo e tale attesa è purtroppo caratterizzata dalla malattia, dalla sofferenza, dalla morte. Nel medesimo tempo il credente vive, forse anche in modo problematico, la consolazione e il sostegno che derivano dall'appartenere a Cristo.



Jacques Blocher. La Chiesa Romana allo specchio

Jacques Blocher, pastore e professore della facoltà di teologia protestante di Parigi, ha scritto questo libro dopo lunghi anni di ricerche.

E' questo un libro che consigliamo vivamente; esso costituisce un' occasione di meditazione per credenti e non credenti, in quanto la dottrina Cattolica viene esaminata alla luce delle Sacre Scritture, fornendo pertanto anche delle risposte, a coloro che si chiedono quali siano le differenze tra Cattolici e Cristiani Evangelici.

Il testo ha il pregio di affrontare con chiarezza e ordine gli insegnamenti della Chiesa Romana, le cui dottrine, sono analizzate (con i relativi riferimenti documentati)anche nel loro contenuto storico.

Ulteriore suo pregio è un' esposizione concisa, tesa a centrare in modo immediato, l'argomento e pertanto , poiche' scevra da ogni giro di parole viene a favorirsi una meditazione personale, secondo quanto e' l'intendimento dello stesso autore.

Il testo è di sole 310 pagine e si compone di 8 capitoli ciascuno dei quali suddiviso in paragrafi ( esempio: le candele , il culto dei morti,...).

Cap.1 La Rivelazione
Cap.2 La Chiesa
Cap.3 La Salvezza
Cap.4 L'Eucarestia
Cap.5 La Penitenza
Cap.6 La Grazia, la Fede e le Opere
Cap.7 Le devozioni Cattoliche
Cap.8 Le conclusioni

Per quanto concerne gli argomenti trattati si fa riferimento al "Catechismo di Pio X" e alla "Teologia dogmatica di Mons. Bartmann" ( Ed. Paoline, da molto tempo in voga nei seminari di tutta Italia), nonchè a documenti del Concilio Vaticano 2° e agli estratti del Nuovo Codice di Diritto Canonico Sacrae discilpinae leges.

 

Ed Parish Sanders, Paolo, la legge e il popolo giudaico. Ed. Paideia, 1989

Quest’opera è costituita da due saggi. Il primo è dedicato a quanto Paolo pensava a proposito della legge mosaica, il secondo saggio affronta il cosa Paolo pensasse dei suoi correligionari giudei, e che tipo di rapporti avesse con loro. Quest’ultimo problema è correlato anche al come Paolo considerasse se stesso e la sua attività di apostolo di Gesù Cristo” (p.9). L’autore traccia un breve sommario dell’opera paolina delineandone gli scopi e i limiti.  La collocazione teologica di Sanders è nel filone della corrente liberale giacchè egli ammette la distinzione tra la figura storica di Gesù e la tradizione scritta a suo riguardo (p. 18).  Inoltre si interroga se Paolo  “avesse o no un’unica e ben ponderata posizione sulla legge” (p. 18). Sanders nota un contrasto tra le affermazioni contenute nell’epistola ai Galati e quelle espresse in altri luoghi del suo epistolario.  Inoltre, sostiene l’autore,  una delle maggiori difficoltà per gli esegeti paolini è l’impossibilità di collegare le convinzioni di Paolo sulla “torah” alle prove che l’apostolo presenta a sostegno delle sue stesse posizioni. Ad esempio, in 1 Cor. 11  Paolo sostiene che gli uomini devono pregare a capo scoperto e le donne a capo coperto, la giustificazione teologica di tale posizione è espressa ricorrendo a  tre ordini di considerazioni: 1) ordine teologico (a motivo degli angeli); 2) ordine naturale (l'uomo ha i capelli corti mentre la donna li ha lunghi); 3) ordine consuetudinario stabilito dalla prassi ecclesiastica (noi non abbiamo tale abitudine, e neanche le chiese di Dio). Tali considerazioni, afferma l’autore, nascondono la reale motivazione dell’adozione del velo, cioè la cultura giudaica dell’apostolo (ma Sanders non fornisce alcuna prova a sostegno di questo assunto) : “le ragioni effettive (in Paolo) non sono sempre facili da distinguere dalle argomentazione addotte” (p.20). L’autore conclude affermando: “la proposta avanzata in questa monografia è che le differenti affermazioni di Paolo sulla legge dipendano dalla questione posta, o dal problema di cui si sta trattando nei singoli casi. Ciascuna risposta ha la sua logica e deriva da una delle preoccupazioni fondamentali di Paolo; ma le diverse risposte, quando le si confrontano  una accanto all’altra, non formano un tutto coerente, come era logico aspettarsi se egli avesse voluto discutere del problema della legge in sé” (p.20). Ciononostante Sanders, è disposto a riconoscere a Paolo una coerenza teologica in merito ai seguenti elementi: Gesù Cristo è venuto per salvare tutti gli uomini senza alcuna distinzione; la salvezza si certifica attraverso la fede nel Salvatore; l’imminenza della  parousia; la chiamata di Paolo ad essere apostolo dei gentili. “Per l’esattezza, comunque, insisterei dicendo che è l’interpretazione cristologica del trionfo di Dio ad essere fondamentale nel pensiero di Paolo” (p.23).

E’ proposto anche uno schema (p.29-31) che riguarda la variegata terminologia paolina sull’entrare a far parte del Corpo di Cristo. Sanders afferma che Paolo ha usato un articolato frasario per descrivere il passaggio dall’essere fuori dal corpo di cristo e l’entrare a farne parte:”c’è una differenza tra il centro del suo pensiero e la terminologia principale con cui egli discute il passaggio dallo stato della non-salvezza a quello della salvezza” (p.23).  Anche al concetto di “nomos”  non è possibile attribuire un significato omogeneo in Paolo, che afferma che non è possibile essere giustificati per le opere della legge ma è doveroso per i nati di nuovo utilizzare la legge come principio etico di amore (p.33). La legge viene così bocciata come strumento soteriologico ma approvata come strumento di santificazione per ogni credente: “Si è giustificati dalla fede, non dalle opere della legge (…) Perché Paolo ritiene che la giustificazione non  possa derivare dalla legge?” (p.35). 
Sanders compie un’attenta analisi della questione sollevata dall’epistola ai Galati. Per cogliere la sua interpretazione del pensiero paolino è importante la seguente premessa: “l’argomento di Galati non è se l’uomo, in astratto, possa con buone azioni acquisire meriti sufficienti per essere dichiarato giusto al momento del giudizio, (…) si tratta, invece, della condizione per cui i gentili possono entrare a far parte del popolo di Dio” (p.37). L’autore è convinto che  chi  insegnava, ai credenti provenienti dal paganesimo, la stretta osservanza della legge e praticava la circoncisione divulgava una dottrina ereticale (venendo equiparato ai “falsi fratelli” di Gal. 2,4), ma si chiede anche se Paolo pensasse che la legge, nella nuova economia, non avesse alcuna importanza (p.42). “Non è il mettere  in pratica la legge in sé e per sé che, nel pensiero di Paolo, è sbagliato; la circoncisione, in un certo senso, è cosa indifferente (Gal. 6,15). E’ completamente sbagliato, tuttavia, fare di essa un requisito essenziale per l’ammissione nella comunità” (p.45). 

Sanders si confronta anche con la questione sollevata in Galati 3:10: “Maledetto chiunque non si attenga a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica” . In che modo Paolo è convinto che si incorre nella maledizione nel momento in cui ci si dichiara sottomessi alla Legge Mosaica? Paolo non sosterrebbe la tesi, riproposta in tempi recenti da Hubner,  secondo la quale il tentativo di mettere in pratica la legge condurrebbe al vanto e all’auto-alienazione (p.70). Forse che la Legge è impossibile a mettersi “tutta intera” in pratica, e pertanto trasgredirne un singolo precetto assumerebbe il significato di rendersi trasgressore nei confronti di essa tutta intera (impossibilità quantitativa)? Non sembrerebbe questo l’intendimento paolino, né quello delle scuole rabbiniche del tempo, la stessa Legge contemplava la possibilità di “espiazioni” per quanti ne trasgredivano i precetti (pp.49-52). Paolo afferma In Fil. 3:6 di essere stato un irreprensibile praticante della legge, avvalorando con ciò l’ipotesi che la legge potesse essere pienamente adempiuta. D’altronde, l’apostolo incitando i cristiani all’irreprensibilità e al rispetto dell’etica cristiana (che ha il proprio fondamento nella legge mosaica), ammette che il rispetto di “regole morali” è possibile; piuttosto le sue argomentazioni sono volte a provare che Dio condanna  “tutti quelli  che si basano sulle opere della legge (perché) sono sotto maledizione” (impossibilità qualitativa). L’autore ammette che la giustificazione attraverso la legge è dichiarata da Paolo come un fatto impossibile.  Ma, sostiene Sanders, Paolo non si preoccupa di spiegare il perché e assume in questa faccenda un tono dogmatico.

L’autore conclude affermando che nell’epistola ai Galati è tematizzato il modo utilizzato da Dio per aggregare le persone al suo regno, e anche le condizioni per consentire l’ingresso dei gentili nella comunità cristiana; nell’epistola ai Romani, Paolo desiderebbe sottolineare l’eguaglianza nel giudizio di condanna da parte di Dio dell’umanità peccatrice, tanto dei giudei quanto dei pagani, e del loro ingresso nella comunità dei credenti (p.77). [per un approfondimento: Commentario all'Epistola ai Romani ]

J. Stott, La croce di Cristo, Roma, GBU, 2001

“I cristiani evangelici credono che mediante Cristo crocifisso Dio si sostituì a noi e portò i nostri peccati, morendo al nostro posto come noi avremmo meritato, in modo che potessimo ottenere di nuovo il suo favore, ed essere adottati nella sua famiglia.

La croce è al centro della fede evangelica…..al centro della fede storica e biblica” (p.9). Con queste parole,  l’autore chiarisce la prospettiva teologica dalla quale osserva l’avvenimento della croce.

La morte di Cristo è vicaria, redentrice, riconciliatrice, espiatoria, sacrificale, rappresentativa ma soprattutto sostitutiva. L’autore si colloca nella scia del pensiero di Anselmo d’Aosta, dei riformatori e del fondamentalismo evangelico: infatti, da un punto di vista evangelico, il modello della sostituzione di Cristo all’uomo peccatore è fondamentale. L’opera è in chiara polemica con quella teologia di stampo liberale e modernista che nega l’autorità divina e indiscutibile della Sacra Scrittura, l’azione e i benefici della  croce e la divinità del Cristo, ma anche con le distorsioni teologiche che si manifestarono nei primi secoli della chiesa.
L’autore ripercorre le diverse tappe dell’esegesi  della “theologia crucis”  dai primi secoli ai tempi moderni: dagli errori di quei padri della chiesa (che ritenevano la croce un mezzo per soddisfare i diritti acquisiti da Satana dopo il peccato adamitico, o peggio ancora, come un inganno perpetrato da Dio nei confronti di Satana), quello dell’olandese Ugo Grozio, il quale tentò un compromesso tra la teologia di Pietro Abelardo e Anselmo d’Aosta. 
Proprio Anselmo riceve da Stott, maggiori apprezzamenti per l'opera “Cur Deus homo?”, ritenuta la più significativa mai scritta sull’argomento dell’espiazione.  La croce è rappresentata come il simbolo per eccellenza dei  veri cristiani di ogni generazione allo stesso titolo del fior di loto per il buddismo, della stella di Davide per l'Israele moderno e della mezzaluna per i mussulmani. 
La croce non è una leggenda, non è un arcano mistero di qualche circolo esoterico, non è neanche un invito al pentimento personale o al perdono di coloro che riteniamo ci abbiano danneggiato: la croce è un avvenimento divino e soteriologico unico e irripetibile. La crocifissione del Signore  ha espiato il nostro peccato. Il significato dell’espiazione non si trova nel dispiacere suscitato dall’immagine del Cristo al Calvario ma piuttosto nel fatto che Dio Padre abbia  crocifisso il suo Figliuolo addebitandogli il nostro peccato.
L’espiazione sostitutiva presuppone una assimilazione soggettiva dell’avvenimento della croce di Cristo: il nostro “io” lasciato solo davanti a queste due travi  di legno inchiodate di traverso deve interrogarsi e vivere una fede personale. Viceversa una comprensione solo oggettiva di questo avvenimento equivale a negarne l’importanza per l'individuo nella su acomplessità psico-emotiva. La dottrina dell’espiazione è cristiana, e il trasferimento della colpa non è immorale o incompatibile con i criteri della giustizia ordinaria dei tempi moderni. Dio ha scelto la croce per sconfiggere le potestà visibili e invisibili di questo mondo. Ha ottenuto per mezzo di essa la vittoria sul male e la salvezza dei peccatori. La croce è la meta della rivelazione di Dio,  il traguardo a cui giunge la vita di Gesù, l’epilogo della rivelazione scritta. Eppure al tempo del Signore Gesù, la croce era destinata ai reietti, ai traditori e agli uomini infami. Questa morte era una vera e propria tortura, un supplizio ulteriore per il condannato, ma, soprattutto, era un’ignominia alla quale il condannato veniva esposto. Predicare  un “Cristo-Dio crocefisso” era una pazzia e uno scandalo per i pagani. Per gli ebrei la morte sul legno (Deut. 21, 22-23) era il segno della maledizione di Dio; quindi la predicazione di “Cristo-Dio” crocefisso era un sacrilegio. Oggi, come per i cristiani di tutte le generazioni, la croce è il punto di partenza di ogni “nato di nuovo”  e il segno indelebile di ogni comunità cristiana. L’orologio del tempo universale è stato sincronizzato sulla nascita di Cristo ma l’umanità farebbe meglio a contare il tempo dalla morte del Cristo sulla croce. Questo libro denuncia quanto lo scandalo del Dio-crocefisso sia stato assorbito dai costumi dell’era moderna; la pazzia della croce sono stati completamente abbandonati, certo la croce domina sugli edifici ecclesiastici, nelle strade, nei locali pubblici;  ma essa è ancora viva nei nostri cuori? Dal nostro rapporto con la croce dipendono l’adorazione, la preghiera, la comunione fraterna, il rapporto con noi stessi, l’amore per i nostri nemici e la forza per affrontare il domani. Se smarrissimo la via del calvario e la croce di Gesù saremmo come “rame risonante o uno squillante cembalo”.

L’autore illustra in maniera eccellente come la croce sia l’effetto dell’amore di Dio nei nostri confronti ma anche la manifestazione della sua santa giustizia, della sua santità e della sua ira. Pensare ad un amore senza giustizia o ad una libertà senza leggi equivale a costruire una casa sulla sabbia e non sulla roccia di Dio. Nonostante la sua generosa mole, questo libro, trasmette ad ogni pagina una eguale ricchezza teologica e parenetica; ricco nella bibliografia così come profonde  sono le note a piè di pagina, questa opera, copre un lungo vuoto editoriale sull’argomento. E’ un’opera che non deve mancare nella nostra biblioteca personale.